Hanno trovato l’accorso, svolta storica per la guerra in Ucraina | La notizia è appena arrivata
Tra bombardamenti e gelo, l’Ucraina cerca stabilità. Un nuovo meccanismo di garanzie di sicurezza occidentale emerge, ma tra sfide e negoziati ancora aperti.
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Città come Kiev, Kharkiv, Dnipro e Zaporizhzhia sono state bersaglio di centinaia di droni e missili, causando vittime civili e aggravando una già disperata situazione umanitaria. Questo scenario di guerra prolungata, segnato da attacchi implacabili e una resistenza tenace, ha evidenziato l’urgente necessità di un quadro di supporto internazionale più solido e definito per l’Ucraina.
In questo contesto critico, mentre il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, visitava Kiev, si è concretizzata la discussione su un inedito meccanismo di garanzie di sicurezza. Un piano ambizioso che mira a ridefinire il sostegno occidentale all’Ucraina, offrendo una risposta coordinata e strutturata a future aggressioni. L’obiettivo è superare le fragilità dei precedenti accordi e fornire a Kiev la stabilità e la certezza necessarie per affrontare un conflitto che non accenna a diminuire. Questo accordo rappresenta una svolta potenziale, una promessa di reazione militare coordinata che potrebbe alterare profondamente le dinamiche del conflitto.
Un meccanismo di sicurezza a tre fasi
Un innovativo meccanismo di sicurezza a tre fasi garantisce protezione avanzata.
Il cuore di questo nuovo approccio è un meccanismo di garanzie di sicurezza dettagliato, elaborato congiuntamente da Kiev e dai suoi alleati occidentali. Il piano prevede una reazione militare coordinata in caso di violazione del cessate il fuoco o di una nuova invasione russa su larga scala, strutturata in tre fasi temporali, con un limite massimo di 72 ore per una risposta completa. La prima fase, entro le prime 24 ore dall’aggressione, vedrebbe l’esercito ucraino rispondere autonomamente, affiancato da un’immediata attivazione diplomatica da parte degli alleati occidentali per isolare e sanzionare l’aggressore.
Se l’aggressione dovesse proseguire e la situazione dovesse deteriorarsi, entrerebbe in gioco la seconda fase. Questa prevede l’intervento della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, composta da Paesi europei chiave come Francia, Germania e Regno Unito, con il possibile supporto di nazioni come Norvegia, Turchia e Islanda. Queste forze fornirebbero un supporto militare mirato e una deterrenza rafforzata. Oltre le 72 ore, in caso di un’escalation su vasta scala, è previsto il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, con una risposta militare più ampia e decisiva, sottolineando l’importanza strategica di questo patto per la sicurezza regionale e globale. Questo meccanismo mira a fornire un quadro chiaro e un deterrente credibile contro ulteriori avanzamenti russi.
Sfide e complessità di un accordo in divenire
Il difficile percorso e le complessità di un accordo in divenire.
Nonostante l’ambizione del piano, la sua attuazione è intrisa di sfide e complessità diplomatiche. I nuovi colloqui trilaterali ripresi ad Abu Dhabi tra delegazioni di Ucraina e Russia, con la mediazione statunitense, evidenziano le profonde divergenze. Mosca, tramite il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov, continua a insistere sul ritiro totale delle forze ucraine dal Donbass e sulla necessità che le garanzie di sicurezza siano concordate anche con la Russia, rivendicando un ruolo nella definizione del futuro assetto regionale. Dal canto suo, il Presidente Zelensky ribadisce che, senza certezze sul sostegno militare occidentale, non accetterà alcun compromesso territoriale.
Un altro punto di attrito riguarda la durata delle garanzie stesse. Sebbene siano state discusse in precedenza a Parigi e Kiev, permangono disallineamenti significativi: l’ex presidente statunitense Trump avrebbe ipotizzato un impegno di 15 anni, mentre Zelensky ne chiede ben 50, riflettendo la profonda preoccupazione per la stabilità a lungo termine del paese. L’Ucraina teme, infatti, il ripetersi di precedenti fallimenti, come il Memorandum di Budapest del 1994 e gli Accordi di Minsk del 2014, entrambi violati dopo l’annessione della Crimea. Il punto più debole dell’intero schema, e forse il più cruciale, rimane la sua dipendenza da un cessate il fuoco che, al momento, è inesistente, mentre il conflitto prosegue con immutata intensità, rendendo questo “storico accordo” una promessa ancora fragile, sospesa tra speranza e la dura realtà del campo di battaglia.