ULTIM’ORA Garlasco, la prova è nel bagno di Chiara: Alberto Stasi ha lavato le mani sporche di… | Non ci sono più dubbi
Il caso Garlasco riapre il dibattito sull’impronta di Alberto Stasi nel bagno di Chiara Poggi. Un giudice rivela i dubbi: era davvero sangue sulle mani?
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Nonostante la condanna definitiva di Alberto Stasi, il dibattito sulla verità dei fatti non si è mai sopito, alimentato da interpretazioni divergenti delle prove. A riaccenderlo con forza è Stefano Vitelli, il giudice che nel 2009 assolse Stasi in primo grado, ora autore di un libro che ripercorre la sua prospettiva personale e processuale sul delitto.
Vitelli, oggi giudice del tribunale del Riesame di Torino, all’epoca fu il giudice per le udienze preliminari di Vigevano che pronunciò un’assoluzione con rito abbreviato e formula dubitativa per non aver commesso il fatto. Una decisione coraggiosa che, a distanza di quasi due decenni dall’omicidio, egli continua a difendere con fermezza, ponendo l’accento sul principio del “ragionevole dubbio”. Secondo Vitelli, gli elementi raccolti contro Stasi non furono mai sufficienti a dissipare ogni incertezza, mettendo in discussione la solidità di alcune delle prove chiave.
In particolare, un dettaglio emerso dalle indagini e spesso interpretato in modo univoco, viene ora riconsiderato sotto una luce completamente diversa: l’impronta di Alberto Stasi ritrovata sul dispenser del sapone nel bagno della villetta. Questo elemento cruciale, secondo il giudice, potrebbe essere stato frainteso, aprendo a scenari inaspettati sulla dinamica di quei tragici momenti. La questione è semplice eppure perturbante: Stasi si lavò le mani, ma sporche di cosa? Una domanda che potrebbe riscrivere parte della storia di Garlasco.
I “ragionevoli dubbi” che persistono nel caso Garlasco
I ragionevoli dubbi che ancora avvolgono il controverso caso Garlasco.
Il principio del “ragionevole dubbio” è un pilastro ineludibile del sistema giuridico italiano, che impone una condanna solo in presenza di prove che vadano oltre ogni incertezza plausibile. È su questo fondamento che il giudice Stefano Vitelli ha basato sia la sua decisione iniziale di assoluzione sia la sua successiva e meticolosa ricostruzione dei fatti, come espresso nel suo libro scritto in collaborazione con il giornalista Giuseppe Legato.
Vitelli sottolinea che, nonostante gli sforzi investigativi intensi, le prove accumulate contro Stasi all’epoca del primo grado non raggiungevano la soglia della certezza inconfutabile richiesta dalla legge. Le sue critiche si concentrano in particolare sulle “carenze istruttorie iniziali”, le quali, a suo dire, avrebbero profondamente influenzato l’intera attività investigativa. Questa si sarebbe eccessivamente focalizzata su Stasi, trascurando o non esplorando a fondo altre possibili piste o soggetti.
Un esempio lampante di tali carenze, citato dal giudice, è la gestione dell’alibi di Stasi, legato al suo lavoro al computer la mattina dell’omicidio. Questo alibi cruciale fu scoperto solo dopo un anno e mezzo dall’inizio delle indagini. Una tempistica che, secondo il giudice, avrebbe potuto cambiare radicalmente l’approccio investigativo se fosse emersa subito, mantenendo Stasi tra gli indagati ma non necessariamente come l’unico e principale sospettato. Il magistrato evidenzia inoltre problemi oggettivi di compatibilità temporale tra l’orario stimato dell’omicidio e la presenza accertata di Stasi, così come questioni di soggettività. Tutti elementi che, a suo avviso, generano una serie di interrogativi che continuano a rendere il quadro probatorio meno solido di quanto si creda, anche alla luce delle recenti riaperture investigative della Procura di Pavia.
L’impronta sul dispenser: un’analisi sorprendente
L’impronta sul dispenser: l’analisi sorprendente che svela dettagli inattesi.
Tra i punti più controversi e significativi dell’intera vicenda giudiziaria, l’impronta di Alberto Stasi ritrovata sul dispenser del sapone nel bagno della villetta Poggi occupa un posto centrale. Questo reperto è stato spesso additato come una prova schiacciante, interpretato come un gesto dell’assassino intento a lavarsi le mani per eliminare ogni traccia di sangue dopo aver compiuto il delitto.
Tuttavia, il giudice Vitelli offre una lettura radicalmente diversa e sorprendente di questo elemento apparentemente inequivocabile. Egli premette: “È vero che l’assassino è entrato nel bagno, che ha sostato davanti al lavandino”. Ma aggiunge un dettaglio fondamentale e spesso sottovalutato: “Però è altrettanto vero che nel lavandino non c’era sangue, non ce n’era neppure nello scarico. Il lavandino era sporco com’era normale che fosse, ma non c’era sangue”. Questa osservazione, lungi dall’essere un dettaglio minore, solleva un interrogativo cruciale sulla reale natura delle tracce che Stasi avrebbe eventualmente cercato di lavare via.
Considerando il contesto, la sera prima dell’omicidio, Stasi aveva consumato una pizza in compagnia di Chiara e si era dedicato al lavoro della sua tesi. Vitelli suggerisce così una spiegazione alternativa, decisamente più prosaica e meno incriminante: “È ragionevole credere che la sua impronta sul dispenser sia stata lasciata quando ha lavato le mani, sporche non di sangue ma di pomodoro”. Una prospettiva che, sebbene non intenda fornire un’assoluzione definitiva, introduce un elemento di incertezza sostanziale sulla presunta “prova” e riaccende prepotentemente il dibattito sulla necessità di una lettura più approfondita e meno influenzata da pregiudizi, mantenendo viva la questione sui reali eventi di quel tragico giorno a Garlasco e sulla complessità della ricerca della verità.
