Morte Domenico, confessione spaventosa sul chirurgo del Monaldi | Hanno ammesso quello che gli ha fatto
Dopo la tragica morte di Domenico Caliendo, emergono dettagli sconvolgenti dal Monaldi. L’equipe medica rivela tensioni e abusi, aprendo un’inchiesta.
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Quello che si preannunciava come un dramma clinico ha innescato una serie di rivelazioni che gettano un’ombra sulla gestione di un centro di eccellenza. La Procura della Corte dei Conti della Campania ha già avviato un’inchiesta per verificare eventuali sprechi di risorse pubbliche, ma è una lettera, datata 27 gennaio e venuta alla luce in questi giorni di tempesta mediatica, a svelare il vero malessere del personale.
La missiva, indirizzata ai vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui il Monaldi fa parte, e in particolare alla direttrice generale Anna Iervolino, è firmata da infermieri, operatori socio-sanitari e addetti tecnici della sala operatoria. Il documento esponeva una situazione di estrema gravità che, da tempo, stava «compromettendo in modo significativo il benessere professionale e umano degli operatori, nonché la sicurezza dell’assistenza erogata ai pazienti». Una denuncia forte, resa pubblica dall’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia Caliendo, che evidenzia come la tragedia del piccolo Domenico abbia fatto emergere problematiche latenti e silenziose.
Comportamenti inaccettabili: il chirurgo sotto accusa
Comportamenti inaccettabili: il chirurgo sotto accusa.
La lettera del personale non si limita a descrivere un generico malessere, ma punta il dito contro il dottor Guido Oppido, il cardiochirurgo che il 23 dicembre aveva operato il piccolo Domenico. I firmatari palesano «una “sfiducia reciproca”» e denunciano una gerarchia medico-centrica e una comunicazione assente che hanno generato una diffusa percezione di insicurezza. Gli infermieri, gli operatori socio-sanitari e i tecnici non si sentono più sicuri di collaborare con il primario, ora indagato assieme ad altri sei colleghi nell’inchiesta della Procura di Napoli con l’accusa di omicidio colposo.
Il documento dettaglia comportamenti sistematici e quotidiani attribuiti al dottor Oppido, tra cui: urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazioni pubbliche delle competenze professionali, linguaggio offensivo e denigratorio, bestemmie e imprecazioni, e atteggiamenti intimidatori tali da inibire la comunicazione in équipe. Si segnalano anche reazioni ostili e aggressive, persino in contesti formali di confronto, e un mancato ascolto delle esigenze del personale. Questi atteggiamenti si verificherebbero prevalentemente in sala operatoria, creando un clima lavorativo caratterizzato da paura, tensione costante e perdita di fiducia reciproca all’interno dell’équipe multiprofessionale. Le conseguenze sul personale sono evidenti: ansia persistente, tremori e difficoltà di concentrazione, sintomi di un diffuso stato di burnout. L’intera équipe ha persino considerato la possibilità di richiedere il trasferimento dal reparto.
Tra inchieste e sospensioni: la ricerca della verità
Tra inchieste e sospensioni, la complessa ricerca della verità.
A seguito delle gravi accuse e delle indagini in corso, il dottor Guido Oppido è stato sospeso dall’ospedale Monaldi, così come la dottoressa Gabriella Farina, anch’essa coinvolta nell’inchiesta. Parallelamente all’indagine per omicidio colposo condotta dalla Procura di Napoli, la difesa della famiglia Caliendo ha inoltrato una richiesta formale agli ordini professionali di Cosenza (per Oppido) e Benevento (per Farina) affinché vengano verificate eventuali violazioni deontologiche.
La vicenda si complica ulteriormente con le dichiarazioni del dottor Oppido, il quale, in un’intervista televisiva a “Lo stato delle cose” su Rai 3, aveva affermato con convinzione: «Io so solamente che le cose le ho fatte bene, quindi io sono la vittima. Ho buttato 11 anni della mia vita per operare i figli degli altri». Una posizione che contrasta fortemente con le testimonianze e le denunce del personale sanitario, ma che è tipica di chi si dichiara estraneo ai fatti. Il caso del Monaldi continua a evolvere, con gli occhi puntati non solo sulla giustizia penale, ma anche sulla necessità di ripristinare un ambiente di lavoro sereno e sicuro, fondamentale per garantire la migliore assistenza ai pazienti più vulnerabili.